La solitudine della coppia infertile al tempo del Coronavirus

In un mio articolo, precedente, ho parlato delle solitudini che si trova a dover affrontare la coppia che riceve una diagnosi di infertilità, ovvero, la solitudine che si può creare nella coppia per via delle differenti modalità di gestione della sofferenza, creata sia dalla diagnosi che dai percorsi di fecondazione assistita, e da quello spazio intimo, di cui ognuno di noi ha bisogno di rifugiarsi da solo per elaborare il proprio dolore e guarire le proprie ferite, al riparo dai giudizi e dalle opinioni degli altri; e la solitudine che si può percepire nel contesto sociale, quando intorno a sè sembra che tutti stiano annunciando o vivendo una gravidanza, o sembra che viaggino solo passeggini con bambini piccoli; la solitudine quando non si è compresi nella propria sofferenza da chi sta accanto alla coppia che, a volte, offre dei suggerimenti poco utili.

Oggi a causa del lockdown predisposto per fronteggiare l’emergenza sanitaria da COVID,

che ha avuto tra le sue conseguenze anche la sospensione dei trattamenti di fecondazione assistita, la coppia infertile vive una nuova solitudine.

Chi ha dovuto rinunciare al proprio percorso di fecondazione assistita, oggi si ritrova da solo a fronteggiare la paura del tempo che passa, la paura di non avere più la possibilità di affrontare un nuovo percorso di PMA per via dell’età, oppure per ragioni economiche, la paura che passi un ulteriore anno senza poter ancora abbracciare il proprio bambino. Tale paura alimenta quindi pensieri catastrofici, non era destino, forse non saremmo stati dei buoni genitori, forse è giusto così, non avremo la possibilità economica se perdiamo il lavoro o dovremo affrontare la cassa integrazione, ecc ecc. Tali paure e tali pensieri sono ancora più accentuati nelle coppie che hanno alle spalle diversi tentativi che non sono andati a buon fine. Di conseguenza sarà più difficile, per loro, contenere l’angoscia causata da tali paure e pensieri. Tutto ciò, infatti, si aggiunge alla stanchezza emotiva che la coppia trascina con sè ad ogni tentativo, insieme alla valigia di sogni cui guarda per trovare il coraggio di provare e riprovare.

A venire meno non è solo il supporto del personale medico che aiuta a predisporre le fasi del trattamento, e quello fornito dall’idea incoraggiante di stare facendo qualcosa per superare il problema dell’infertilità e finalmente abbracciare il proprio figlio, o il poter programmare un ulteriore tentativo se quello precedente non è andato bene, ma anche il supporto di tutte quelle attività che prima si svolgevano e che procuravano benessere, aiutando ad affrontare il difficile momento (palestra, yoga, cene con gli amici, ecc.), e di quei familiari ed amici che sicuramente non faranno mancare il loro sostegno emotivo anche a distanza, ma non con quei gesti che a volte sono più efficaci di mille parole come, per esempio, un abbraccio in cui potersi abbandonare ad un pianto liberatorio. Quelle persone cui spesso si ricorre per essere pienamente sè stessi visto il timore di doversi appoggiare totalmente al partner che soffre anche lui/lei a cui poi riavvicinarsi ricaricato dal sostegno ricevuto da altri.

Questa solitudine si carica di ulteriore sofferenza, soprattutto quando si sta elaborando il lutto per il fallimento di un tentativo, senza poterne programmare uno successivo, o il lutto della gravidanza finalmente, faticosamente, raggiunta ma che si è interrotta improvvisamente.

In quest’ultimo caso, assistiamo alla solitudine della coppia che viene separata all’arrivo in ospedale, il compagno costretto a restare fuori il reparto e la donna che da sola riceve l’informazione di una sofferenza fetale o dell’assenza del battito e da sola dovrà poi sottoporsi a raschiamento o partorire, mentre fuori il compagno viene informato dal personale sanitario, in preda alla frustrazione e all’impotenza di non poter stare accanto alla propria compagna a supportarla a soffrire con lei. In preda alla forte rabbia alla delusione, al dolore. Sola sarà la donna anche durante la degenza, così come solo sarà il compagno al rientro a casa, senza il bimbo senza la sua compagna, non in compagnia dell’euforia che lo avrebbe spinto a utilizzare questo tempo di degenza per preparare una calda accoglienza a casa per entrambi, ma solo con un macigno sul petto, un silenzio assordante, in compagnia delle cose acquistate per accogliere l’arrivo del figlio così tanto desiderato, ma che ora riaprono quella voragine del vuoto.

Al rientro a casa la coppia, finalmente ricongiunta, sarà ancora sola, nessun giro per casa con il bambino, nessuna routine da riorganizzare per il suo arrivo, ma ancora silenzio, nessuno ad accoglierli festosi oppure nessun abbraccio a confortarli del dolore, a causa del lokdown. Solo spazi da liberare e ancora altri vuoti.

Questo potrebbe essere un’occasione per la coppia di stringersi intorno al proprio dolore, e curare le proprie ferite, con la solitudine di cui hanno bisogno, ma non tutti reagiscono così, nel primo caso la solitudine ad un certo punto potrebbe essere troppa e qualcuno vorrebbe, per esempio, distrarsi, impegnarsi in quelle attività che di solito procurano benessere ma che al momento sono interrotte ecc.

Questa sofferenza potrebbe essere accentuata nella donna per gli ormoni che vengono messi in circolo dopo il parto e che generalmente causano la cosiddetta baby-blues e che in questo caso potrebbero costituire un fattore di rischio depressivo poiché associato al lutto.

Questo isolamento, la mancanza delle attività e della vicinanza delle persone che danno supporto e la sofferenza già sperimentata e accentuata da tutto ciò, può tradursi anche in uno stress, e creare difficoltà comunicative, all’interno della coppia che se non gestito bene può impedire di ricevere l’aiuto del partner così come desiderato.

In questo profondo stato di sofferenza in cui possono trovarsi sia coloro che hanno dovuto rinunciare o interrompere un ciclo di PMA, sia coloro che stanno affrontando un fallimento o un lutto perinatale, e da cui faticano ad uscire e si sentono sopraffatti dall’ansia, dalla rabbia, o dalla tristezza, oppure stanno intervenendo problematiche di coppia che non vi fanno sperimentare come vorreste l’aiuto del partner, sappiate che gli psicologi sono a disposizione per raccogliere le vostre richieste di aiuto. È possibile sia recarsi agli studi professionali, in quanto gli spostamenti per motivi di salute sono consentiti, sia richiedere consulenza online tramite vari supporti whatsapp, skype, google meet ecc. secondo l’applicazione utilizzata dal professionista.

In caso voleste rivolgervi a me potrete contattarmi telefonicamente al numero 3381428250 oppure tramite mail all’indirizzo studio.morettivale@gmail.com e concorderemo insieme un appuntamento a studio oppure su skype per una consulenza.

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Regalarsi tempo

In questi giorni abbiamo assistito alla fatica fatta da molte persone ad adattarsi al divieto imposto dai recenti decreti ministeriali ad uscire di casa per contenere la pandemia che sta interessando l’intero paese, mettendo a rischio la propria incolumità.  Ma perché ciò avviene? Ho provato a dare alcune risposte.

Parto dalla lettura del contesto sociale in cui viviamo concordando con la descrizione di Giorgio Nardone  in un suo testo in cui scrive: “Lo stile di vita performante occidentale ci ha ormai tutti abituati a ritmi tayloristici. Ci vengono richieste cose, prestazioni, impegni con ritmi incalzanti. Siamo pressati dal tempo, dagli obblighi, dai doveri, dalle scadenze. Spesso, diamo tutto ciò per scontato – finiamo per autoimporcelo – come se l’elevato coinvolgimento in attività lavorative e il senso pervasivo dell’incalzare del tempo fossero un equilibrio naturale, un equilibrio evoluzionistico. In realtà si chiama capitalismo. Sarà importante dare attenzione a compensare l’impegno lavorativo con il giusto divertimento, nell’ottica che forse non conviene «vivere per lavorare», ma «lavorare per vivere».

In un contesto sociale, così organizzato, viene da pensare immediatamente   a quanto difficile sia per le persone, soprattutto , per i cittadini delle metropoli,  potersi adeguare in questi giorni ai nuovi ritmi e condizioni imposti dai recenti decreti ministeriali emessi per contenere l’altissimo rischio di contagio del virus COVID-19.

Si tratta di effettuare un vero e proprio esercizio di defaticamento come se si fosse su un tapis roulant, passando da velocità 100 a velocità 10. Non lo si potrà fare tutto in una volta sebbene l’adattamento che ci è richiesto richieda un cambiamento immediato.

Si dovrà iniziare ad ascoltare il vuoto lasciato dalle attività sospese, l’inquietudine, a volte anche la noia, o la paura che questa possa sopraggiungere, e prendere confidenza con il tempo del riposo che spesso è confuso con la perdita di tempo. In genere releghiamo questa dimensione al tempo delle vacanze salvo iper organizzare anche quelle con mille attività. Ed ecco, quindi, che a disagio con queste nuove emozioni si riempie il tempo trovando motivazioni per uscire di casa, oppure pulendola smaniosamente, o andando alla ricerca di attività con cui impegnare i figli rimasti a casa per evitare di confrontarsi anche con le loro medesime emozioni scansando capricci o ribellioni secondo l’età. Attenzione! Lungi da me condannare il legittimo bisogno di una uscita o di evitare di poltrire o veder poltrire i figli sul divano; parlo ovviamente di quelle forme  dettate dall’inquietudine.

Tutti, poi, tentano di controllare la propria preoccupazione in un momento in cui tutto è rimandato a DATA DA DESTINARSI o impallidiscono quando viene trasmesso a fine giornata un messaggio del Presidente del Consiglio temendo che dall’indomani si possa subire un’altra limitazione della propria libertà senza aver avuto il tempo di organizzarsi diversamente prima.

Un’ultima riflessione la faccio,infine, riguardo un’altra conseguenza di questa società capitalistica, ovvero, l’averci disabituati alla riflessione, all’ introspezione, e quindi, a fare i conti con le emozioni che ci abitano in modo da prenderci cura di noi stessi. Pertanto, ogni qualvolta sperimentiamo un disagio, anziché, accoglierlo e comprendere cosa ci sta segnalando per poter ritrovare il benessere, lo evitiamo rifugiandoci nei mille impegni e nei ritmi affannosi della giornata, con a volte la comparsa di sintomi nevrotici molto spesso ansiosi come diretta conseguenza di questo mancato ascolto.

Adattarsi alle novità, ai cambiamenti, richiede del tempo fisiologico per comprendere e conoscere la nuova situazione, perché questa non risulti minacciosa e non procuri eccessiva ansia. Con il tempo, quindi potremo finire con lo scoprire il vantaggio, invece,di questo rallentamento, di questo fermo , e scoprire il valore del tempo speso per sé, per i propri cari, per il proprio benessere senza che questo si tramuti in smania, in fuga da sé, bensì in un assaporamento della propria vita; regalandoci finalmente quel tempo di cui ci sentiamo, solitamente, derubati.

Se così non dovesse essere, se al contrario, in questo periodo di fermo dovessero emergere dei disagi emotivi di cui non ci si era accorti prima o non si aveva il tempo per occuparsene, e che stanno prendendo il sopravvento, allora adesso è il momento giusto per richiedere un aiuto.

In questo periodo gli psicologi, in quanto professione sanitaria, stanno continuando a dare il proprio contributo lasciando gli studi aperti ed erogando prestazioni a distanza tramite supporti on line quali: telefono, Skype, Whatsapp, ecc.

Se hai bisogno puoi contattare anche me al numero 3381428250 o tramite mail all’indirizzo studio.morettivale@gmail .com  per richieder un appuntamento, ed in seguito ad un breve primo colloquio telefonico gratuito capiremo se procedere con la modalità on line concordando un appuntamento. Le prestazioni saranno erogate tramite il supporto Skype.

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