L’autostima

La prima lezione di nuoto

Quel pomeriggio non volevo andare in piscina. L’acqua mi ha sempre fatto paura e anche al mare, prima di immergermi, dovevo indossare sia i braccioli, sia il salvagente. Ed entravo in acqua soltanto se accanto a me c’erano mamma e papà. Per questo, quando mamma mi ha proposto di iscrivermi al corso di nuoto ho provato a ribellarmi con tutte le mie forze. Avevo otto anni e mamma per tutta risposta mi disse: «Non puoi mica metterti braccioli e salvagente per tutta la vita davanti a ogni pozza d’acqua! Ti prenderanno tutti in giro». Fu questa frase a farmi accettare la sua proposta, sia pure controvoglia. In effetti, già al mare l’estate scorsa diversi bambini avevano scherzato: «Sembri una papera», «Sembri un astronauta»… Tutta quella plastica gonfia d’aria non passava certo inosservata nella mia compagnia di piccoli amici dove nessuno – ripeto, nessuno – aveva paura dell’acqua e tutti erano in grado di nuotare.
Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, visto che è proprio di acqua che stiamo parlando. Così, avevo acconsentito a iscrivermi al corso di nuoto, e poi non ci avevo pensato più. Fino al pomeriggio della prima lezione. Il pomeriggio in cui dalla teoria si sarebbe passati alla pratica. Tornando da scuola, avevo detto alla mamma che di sentire un forte mal di pancia, ma lei questa frottola non se l’è bevuta. Mi ha preparato il borsone con il cambio e poi, con la sua mano stretta intorno alla mia, mi ha portato in piscina. Io ero tesa. Come sarebbero stati gli altri bambini? Soprattutto, come sarebbe stata la mia insegnante? Sì, perché nella mia fantasia davo per scontato che sarebbe stata una donna.
E invece, già negli spogliatoi, mentre indossavo il costume, sentivo altre bambine, che avevano appena terminato la loro lezione, fare commenti critici sul maestro. «Era molto meglio quello dell’anno scorso», «Questo qui è cattivissimo»… Non so cosa mi prese sentendo quelle parole, ma arrivai a bordo vasca in quello che, con il senno di poi, chiamerei un vero e proprio stato di panico. Piangevo prima ancora di iniziare. E più io piangevo, più altri bambini del mio stesso corso cominciarono a fare lo stesso. Io ero la più grande e probabilmente toccava a me dare il buon esempio. Ma la paura mi stava travolgendo e non mi permetteva di tenere il “contegno” che probabilmente ci si sarebbe aspettati da me.
Il maestro, di fronte a quella banda di mocciosi in lacrime, si spazientì. Con fare burbero decise che ci avrebbe fatto fare un battesimo dell’acqua a modo suo: prese in braccio il più piccolo della compagnia e lo gettò in vasca. E lo stesso fece con altri due che, congelati dalla paura, non erano riusciti a tuffarsi quando lui lo aveva chiesto. Quando lo stesso destino stava per toccare a me, presi una decisione istantanea: fuggire. Una bambina di otto anni che piangeva ed urlava, e intanto scappava a piedi nudi il più lontano possibile dalla vasca di acqua blu in cui quell’insegnante dai modi un po’ rudi voleva immergermi a forza. Andai dove pensavo che ci sarebbe stata la mia salvezza, ovvero dalla mamma. Mentre strepitavo, la mia direzione di fuga era una sola: l’abbraccio che di sicuro mi avrebbe avvolta e protetta.
E invece, feci una delle peggiori scoperte della mia vita di bambina: mamma era in serio imbarazzo, con tutti gli altri genitori che mi guardavano come si guarda un marziano. Arrivata da lei, fu capace di dirmi soltanto: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?». Poi mi prese saldamente per mano e, con tutta la sua forza, mi spinse di nuovo verso l’insegnante di nuoto. «La scusi tanto. Non so proprio che cosa le sia successo oggi. Non l’ho mai vista così». Io ero senza forze. La mia mamma, lei che doveva proteggermi, mi stava riportando nella tana del lupo. E per giunta si scusava. Nonostante avesse visto che cosa faceva ai bambini, come li trattava. Fino a che punto non ne rispettava le emozioni.
Quel giorno fui buttata in acqua. E da quella volta non feci più scenate quando era il momento di andare in piscina. Ma tuttora, da adulta, ogni volta che vedo una vasca piena d’acqua mi prende una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Non so dire se sia paura o disgusto. Ho ripensato migliaia di volte a quel pomeriggio in piscina. E la cosa che mi ha fatto più male è la sensazione di vergogna che mi hanno fatto provare le parole di mia madre: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?». Lei certamente non sa che quel pomeriggio mi ha fatta stare così male. Non ho mai avuto in coraggio di dirglielo. Ma a tutti i genitori vorrei consigliare di non reagire mai in questo modo di fronte a un figlio disperato. Non trascurate il suo disagio perché vi sentite in forte imbarazzo o inadeguati di fronte alle altre mamme e papà. Non è giusto. No, non è proprio giusto.

tratto da “Il metodo famiglia felice. Come allenare i figli alla vita” di A. Pellai

Leggendo questa storia, nel libro di Alberto Pellai, mi sono rinvenuti alla memoria i volti delle persone che incontro e aiuto quotidianamente. Mi sembra di aver assistito ad uno dei possibili episodi della loro infanzia, che hanno causato la ferita di chi non si è sentita amata e di conseguenza non si ama, non ha sviluppato una sana autostima. E così è nata l’idea di scrivere un post su questo argomento.

Partiamo dal principio: cos’è l’autostima?
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E’ il valore che attribuiamo a noi stessi e si basa sul riconoscimento, accettazione, rispetto autentico per ciò che siamo: emozioni vissute, valori, principi, credenze, risultati personali e professionali raggiunti, competenze, abilità, talenti, aspetto fisico, ecc. quindi riconoscimento di possibilità ma anche di limiti, alcuni dei quali possono essere superati altri invece accettati senza per questo sentirci inferiori agli altri.

Quando rispettiamo ciò che siamo e ci muoviamo coerentemente l’autostima aumenta, al contrario diminuisce attivando il paragone con l’altro, paragone che sarà sempre impietoso perchè l’altro ne uscirà sempre vincente.

Come si costruisce l’autostima?

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Si costruisce a partire dall’infanzia all’interno delle relazioni per noi significative come la famiglia, gli amici, gli insegnanti. Le loro opinioni, i loro giudizi, in questa fase della vita, diventano uno specchio nel quale riflettersi perchè ancora non ci conosciamo, perchè stiamo costruendo la consapevolezza di noi stessi, perciò dipendiamo dal loro giudizio per sentirci bravi.

Spesso però accade che non è la nostra immagine ad essere riflessa bensì di chi emette quel giudizio.

Come si costruisce una scarsa autostima?
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La bambina della storia sopra riportata ha paura di nuotare, una paura che non viene rassicurata da un punto di vista emotivo perchè gli amici la deridono: «Sembri una papera», «Sembri un astronauta>>, la mamma la giudica: «Non puoi mica metterti braccioli e salvagente per tutta la vita davanti a ogni pozza d’acqua! Ti prenderanno tutti in giro», la paura non trovando rassicurazione cresce fino al punto che la bambina scoppia a piangere a bordo piscina: “arrivai a bordo vasca in quello che, con il senno di poi, chiamerei un vero e proprio stato di panico. Piangevo prima ancora di iniziare…. la paura mi stava travolgendo”. Arriva il maestro il quale, messo in difficoltà dai bambini che piangono, reagisce buttandoli in acqua aumentando il terrore della bambina che come unica soluzione trova la fuga nell’abbraccio rassicurante della mamma, la quale però provando vergogna davanti agli altri genitori, anzichè abbracciarla la rimprovera e la riporta dal maestro scusandosi. Noncuranti della paura della bambina gli adulti reagiscono alle proprie emozioni (l’ansia del maestro, la vergogna della mamma). Le loro reazioni non riflettono la bambina che dovrebbe essere aiutata a mettersi in contatto e gestire la sua paura. Scrive la bambina della storia: “la mia mamma, lei che doveva proteggermi, mi stava riportando nella tana del lupo. E per giunta si scusava. Nonostante avesse visto che cosa faceva ai bambini, come li trattava. Fino a che punto non ne rispettava le emozioni.

La bambina non si è sentita protetta ma punita… e aggiunge: “la cosa che mi ha fatto più male è la sensazione di vergogna che mi hanno fatto provare le parole di mia madre: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?»

Vergogna, paura, ansia, insicurezza, inadeguatezza, perdita dell fiducia in sè stessi, non sentirsi mai abbastanza, mai all’altezza, una “buona a nulla”, sconforto, rinuncia, rabbia, sono le emozioni che spesso provano le persone che hanno sviluppato una scarsa autostima.

A volte di fronte ai nostri figli che hanno fatto un errore non siamo capaci di dire “Hai sbagliato a fare questa cosa”, ma diciamo cose come : “Di te non ci si può mai fidare”, “Non ne fai mai una giusta”, “Di te non ne posso proprio più” che minano il loro “senso di sé”, facendoli sentire tutti sbagliati, senza aiutarli a capire cosa hanno sbagliato.

Conformarsi o evitare?

“Da quella volta non feci più scenate quando era il momento di andare in piscina… ma tuttora, da adulta, ogni volta che vedo una vasca piena d’acqua mi prende una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Non so dire se sia paura o disgusto”.

La bambina della storia sembra aver appreso a non riconoscere e rispondere adeguatamente alle proprie emozioni bensì ad ingoiare, evitare, i disagi assecondando il volere della madre.

La tendenza nelle relazioni e nelle situazioni future, infatti, quando la stima di sè è scarsa, è quella o di conformarsi alle aspettative degli altri, perchè partiamo dal giudicarci sbagliati, o irrigidirsi sulle proprie posizioni o manipolare i confronti, per evitare di sentirsi nuovamente squalificati.

In entrambi i casi il prezzo da pagare è continuare a non esistere, non conoscersi, non esprimersi, non affermarsi, non stare bene nè con sè stessi, nè nelle relazioni con gli altri, le quali saranno o portate avanti pur non standoci bene o interrotte o evitate per paura del rifiuto e dell’abbandono e di non riuscire a farcela da soli, o al contrario pensare di potersela cavare esclusivamente da soli aumentando il senso di vuoto e di solitudine.

Ma… esiste una terza via ovvero:
Avere il coraggio di essere sè stessi!

Ebbene sì, avere il coraggio di scoprirci imparando a fidarci di noi stessi, abbandonando vecchie percezioni che ci procurano malessere o, come diceva Virginia Satir:

“Posso liberarmi di ciò che è inappropriato,
tenere ciò che si è dimostrato appropriato, ed inventare
qualcosa di nuovo al posto di ciò che ho scartato.
Posso vedere, sentire, provare, pensare, dire e fare.
Ho gli strumenti per sopravvivere, per essere vicina agli altri,
per essere produttiva, e per dare un senso e un ordine
al mondo di persone e cose che c’è al di fuori di me.
Io sono mia,
e perciò posso architettare me stessa.
Io sono io e vado bene così”.
(V. Satir)

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In viaggio verso te… sostegno psicologico all’infertilità

 

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L’attività è volta ad offrire uno spazio in cui accogliere e sostenere le persone che non riescono a concepire il figlio desiderato e/o si sottopongono ai protocolli di Procreazione Medicalmente Assistita (omologa o eterologa).

Gli interventi previsti dal servizio consistono in:

  • Consulenza psicologica
  • Sostegno Psicologico individuale o di coppia
  • Psicoterapia individuale o di coppia
  • Incontri di gruppo: mensilmente saranno attivati incontri di gruppo costituiti dalle coppie infertili o dai singoli partner che si sottopongono ai protocolli di fecondazione assistita;  oppure costituiti  da donne/uomini single che si sottopongono ai protocolli di PMA recandosi all’estero

Gli interventi sono rivolti a:

  • alle coppie che non riescono a concepire e/o a cui è stata diagnosticata un’infertilità organica o sine causa
  • alle coppie infertili o ai singoli partner che desiderano essere supportati in preparazione, durante, dopo i protocolli di PMA
  • donne/uomini single prima, durante e dopo PMA

Sede:

Lo spazio è attivo presso lo Studio di Psicoterapia della dott.ssa V. Moretti, psicoterapeuta, sito in Via R. Venuti,36 00162 Roma

Contatti:

Per informazioni o per richiedere un appuntamento telefonare dal lunedì al venerdì al 3381428250 dalle 9:00 alle 18:00 oppure scrivere all’ indirizzo di posta elettronica: studio.morettivale@gmail.com

 

La sofferenza dell’infertilità

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“Occorre aver intrapreso il viaggio verso un figlio per capire che l’infertilità è la malattia del vuoto; l’assenza di quel bambino tanto desiderato ti lacera come un lutto e con essa perdi la proiezione di te nel futuro. Se sei donna sei difettata non sai procreare non sei idonea a fare quello per cui biologicamente sei stata programmata, e il male è fisico oltre che dell’anima. Se sei uomo il male è forse più mentale. Indipendentemente dalle cause, l’infertilità è un male di entrambi e accettarlo è doloroso. Devi accettare che quello che per altri è così naturale, quasi ovvio, per te è solo una lontana possibilità, quello che per altri è gioia, per te è dolore.”

R. Clementi, Lettera a un bambino che è nato

Impossibile restare indifferenti a queste parole di Raffaella Clementi, parole che spesso sento pronunciare ogni qualvolta una persona, coppia o gruppo, mi racconta lo sgomento che ha provato quando ha scoperto la propria infertilità. Il dolore che leggo nei loro occhi, nelle loro parole e che risento in me, che divento cassa di risonanza, mi images (3)impedisce di restare inerme e non offrire quel sostegno professionale che so può essere di grande aiuto nell’elaborarlo, per rimettersi in piedi ed affrontare il “viaggio verso un figlio” fatto di difficili decisioni, rinunce, ostacoli, sofferenze nel corpo e nell’anima, di ansie e forte tristezza. E’ un dolore di entrambi uomo e donna. Anche se gli uomini difficilmente sono abituati ad esprimere il loro dolore, quest’ultimo, non è meno intenso, è solo sordo… ed è a loro che mi rivolgo in particolare per trovare il coraggio di farsi sostenere quando diventano sostegno delle loro partner durante i percorsi di PMA, o a maggior ragione, quando scoprono la propria infertilità.
Conosco anche quanto sia duro richiedere un aiuto psicologico soprattutto perché comporta il prendere contatto con la propria sofferenza, in un momento in cui si è molto feriti e si ritiene di non avere la forza ed il coraggio necessari per farlo. Ogni cammino, però, inizia da un piccolo passo, non lo si farà tutto in una volta ma in base a ciò che si è pronti ad affrontare e soprattutto sapendo di non doverlo fare da soli.
Per incoraggiarvi a chiedere un sostegno professionale, poichè essere aiutati è un diritto e un dovere verso se stessi, concludo con le parole di R. Benigni:

“Iniziare un nuovo cammino ci spaventa, ma dopo ogni passo ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimanere fermi.”

Gli aiuti offerti consistono in: percorsi di sostegno psicologico individuali, di coppia o di gruppo.

Tutte queste tipologie di aiuto sono volte a creare uno spazio in cui accogliere e sostenere lo shock determinato dalla diagnosi e il dolore conseguente  l’insopportabile  consapevolezza di non poter procreare, nonchè la confusione e la decisione sul cosa fare dopo (Adozione o PMA) e sostegno durante il percorso intrapreso, l’attesa, l’insuccesso della PMA o la gravidanza conseguente.
I gruppi organizzati sono gruppi di auto-mutuo aiuto per l’infertilità, i quali hanno lo scopo di lenire e superare questo dolore per affrontare con più risorse il viaggio verso un figlio, grazie all’ aiuto del gruppo di persone che stanno vivendo le stesse emozioni, preoccupazioni, ansie, problematiche ma anche soluzioni che possono essere così condivise e, quindi di aiuto, agli altri. Senza sentirsi più soli, diversi “difettati”. Saranno guidati da uno psicologo che faciliterà la comunicazione al suo interno e provvederà ad aumentare ed elicitare le informazioni e le risorse di cui il gruppo necessita.

Il gruppo e gli altri spazi offerti diventeranno la vostra culla dove rifugiarvi momentaneamente per riprendere fiato, ricevere sostegno, incoraggiamento, riposo, comprensione, per andare avanti.

Per poterne usufruire e per ulteriori informazioni, è possibile contattarmi per e-mail all’indirizzo: studio.morettivale@gmail.com oppure telefonicamente al numero 3381428250. Ricordo che è possibile chiedere sostegno psicologico anche on line tramite supporto skype, sempre previo contatto telefonico o per email.

Dott.ssa Valentina Moretti

Bambino mio sognato: aspetti psico-sessuologici della PMA (seminario)

 

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Dalla mancata realizzazione del desiderio al sogno, dalla ferita dell’infertilità al percorso della Procreazione Medicalmente Assistita, al suo successo o insuccesso. Durante il seminario accompagneremo la coppia evidenziandone i dolorosi vissuti emotivi a livello individuale, relazionale, sessuale, sociale, al fine di comprendere meglio le domande vere e i bisogni reali di ciascuna di queste coppie.

 

Vi aspetto il 21 Maggio alle ore 19:00

presso l’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica,

via Iacopo Nardi, 10 Roma

 

 

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Per prenotarsi all’evento contattare la segreteria dell’ Istituto di Sessuologia Clinica aperta dal lun. al ven. dalle 9:30 alle 13:30 ed il mercoledi pomeriggio dalle 18:30 alle 20:30 telefonando allo 06/7887720 o scrivendo all’indirizzo di posta: info@iissweb.it

Il “paradosso della gravidanza” ovvero la gravidanza dopo un percorso di procreazione assistita

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Nei 12-14 giorni successivi al trasferimento degli embrioni (se FIVET) non c’è praticamente nulla che la coppia possa fare per incrementare le probabilità di una gravidanza se non attenersi alle prescrizioni dei medici, questo è il periodo in cui le donne interrogano il proprio corpo alla ricerca di segnali precoci di successo o di fallimento , una lettura che è molto difficile e che è causa di numerose telefonate al medico o di richieste di visite specialistiche. All’ impotenza si affianca la paura di perdere gli embrioni o comunque  quella di dover affrontare, dopo tanti sacrifici, l’esperienza di una nuova delusione.

Dinanzi all’ insuccesso il dolore è indescrivibile. Riemergono sconforto , rabbia e depressione, viene rievocato il lutto per la perdita, perdita non più teorica ma concreta di un figlio, mentre la speranza cede il posto alla sfiducia. Ma anche in caso di gravidanza si viene a creare quello che è stato definito il “Paradosso della Gravidanza”ovvero la contemporanea presenza di sentimenti contrastanti: da una parte felicità per la gravidanza in corso, dall’altra paura di una possibile perdita del bambino e la percezione di se stesse come difettose perchè in passato infertilI.  Non è così semplice cancellare un passato d’infertilità così come non è semplice divenire madre di un bambino talmente “prezioso” da poter generare angosce di perdita (parto o quant’altro possa accadere durante la gravidanza) incontrollabili. Il percorso della “genitorialità”, già piuttosto complesso di per sé, per lei risulta essere a maggior ragione fonte di preoccupazione e allarmismi.  Vengono amplificate sensazioni ed emozioni che una gestazione normalmente suscita in una donna; le esperienze fatte in ogni stadio della gravidanza sono vissute più intensamente: accuserà più dolori e nausea, starà più a letto, piangerà più spesso di quanto non accada alla donna non sottoposta a trattamento di PMA.

In breve, l’inconscio manifesta in tal modo la consapevolezza che la gravidanza è stata soprattutto frutto della tecnologia medica, e come tale più precaria. Molto probabilmente la donna chiederà controlli più del necessario, per mettere  pace  all’ incalzante angoscia che tutto possa svanire all’ improvviso. L’ansia compare perchè le donne vivono la gravidanza come un periodo di “attesa di una perdita” perchè incapaci di credere di poter mettere al mondo un figlio.

Di qui l’esigenza di un intervento psicologico finalizzato a normalizzare la gravidanza consentendo la transizione da uno stato di precedente infertilità ad uno di gravidanza, ed il contenimento dei profondi vissuti di ansia e depressione.

Altra importante fonte di supporto per le coppie in gravidanza con un precedente vissuto di infertilità è la partecipazione di corsi di preparazione alla nascita.

La mia attività professionale è volta ad offrire sostegno psicologico sia durante la gravidanza che nella fase successiva come sostegno  alla genitorialità.

I gruppi di auto-mutuo-aiuto

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Tu solo ce la puoi fare, ma non ce la puoi fare da solo

I gruppi di auto-mutuo-aiuto sono gruppi di persone che condividono il medesimo problema e la stessa situazione stressante di vita. Non sono gruppi terapeutici, non sono gruppi ricreativi, ma gruppi che forniscono supporto,incoraggiamento amicalità. ( G. Cimbrico).

Infatti, le persone si incontrano per raccontarsi e ascoltarsi nella propria storia di vita comune a quella che stanno vivendo gli altri membri del gruppo, e la percezione della comunanza spesso porta al desiderio di condividere, oltre ai propri problemi, anche relazioni solidali e amicali.

I membri provvedono a darsi un supporto psicologico uno con l’altro, ad apprendere modalità di fronteggiamento, scoprire strategie per migliorare la loro condizione, e aiutare gli altri mentre aiutano loro stessi (auto-mutuo-aiuto).

9In letteratura diversi autori (Katz,1981;Gartner, Riessman,1984) descrivono tre fattori chiave primari e comuni che intervengono nell’azione dei gruppi di self-help:

1)     Lo scambio informativo, il sostegno, il rinforzo e la identificazione in un gruppo di persone alla pari, che vivono o hanno vissuto in prima persona una determinata condizione, favorisce alcuni significativi processi sul piano socio emotivo. I membri del gruppo self-help tendono infatti a:

–        Abbassare le abituali difese e resistenze psicologiche non sentendosi giudicati negativamente per una propria “diversità”

–       Comunicare in modo più diretto sulla base dell’esperienza comune

–       Identificarsi con persone percepite più simili a sé rispetto agli eventuali esperti generalmente vissuti come estranei e distaccati;

–       Scambiare vicendevolmente informazioni, conoscenze, capacità, sostegno emotivo, feedback,rinforzi positivi e negativi

–       Sviluppare e facilitare le opportunità di socializzazione sia all’interno che all’esterno del gruppo

–       Usufruire di uno status di gruppo

2)      Il valore terapeutico connesso alla possibilità di svolgere il ruolo di helper cioè di prestatore di cure. Ogni membro dei gruppi di self-help svolge prima o poi il ruolo di chi aiuta, sostiene e presta le proprie cure ad un’altra persona “con il problema”, il che accresce il nostro senso di controllo, di autostima di competenza, stabilizza l’apprendimento di strategie di cambiamento, favorisce un riconoscimento ed un’approvazione sociale.

3)      La spinta ideologica che muove i gruppi di self-help è una notevole forza trainante. In misura maggiore o minore , tutti i gruppi di self-help strutturano un sistema di principi insegnamenti e valori condivisi all’interno e fortemente persuasivi.

Francescato ha individuato 8 fattori di efficacia percepita dai partecipanti ai gruppi: il senso di appartenenza, l’helper therapy, il sostegno (informativo ed affettivo), la condivisione, il modellamento, le strategie di fronteggia mento, il ripristino della rete e la responsabilità.

I gruppi sono accompagnati da un facilitatore che aiuta gli altri a ritrovarsi per condividere le proprie storie. Ha il compito di promuovere l’accoglienza dei nuovi arrivati, favorire la comunicazione, sostenere e rendere visibili gli aspetti positivi ed i cambiamenti dei singoli e del gruppo, stimolare e fare memoria dei compiti assunti, valorizzare le competenze di ciascuno.

La regola principale in un gruppo di auto-mutuo aiuto è la riservatezza, a cui si impegnano tutti i partecipanti e il facilitatore. Quello che emerge nel gruppo, deve rimanere nel gruppo. Il rispetto e il non giudizio sono altre regole fondanti la vita di un gruppo: non ci sono idee giuste o sbagliate, ma ci sono storie di vita di ciascun membro e in quanto tali vanno accolte.

Esistono diverse tipologie di gruppi di self-help quelli attivati presso lo studio di Psicologia e Mediazione Familiare sono:

1)     Gruppi di persone portatrici di malattie croniche: malati di cancro, donne mastectomizzate, diabetici ecc. Il gruppo è composto da portatori diretti del problema che non hanno la possibilità di cambiare la propria condizione il cui compito è quello di adattarsi alla condizione di vita e di gestirla nel modo opportuno.

2)     Gruppi di parenti di persone con malattie croniche e degenerative: lo scopo del gruppo è portare sostegno e aiuto a coloro che sono legati affettivamente a persone che hanno un problema di salute e si trovano a convivere con essi; questa condizione costituisce una fonte di stress spesso molto grave  e pesante da sostenere.

3)     Gruppi di persone che attraversano un periodo di crisi: per situazione di crisi si intendono eventi che richiedono un cambiamento improvviso, di tipo sia negativo (lutto, perdita del lavoro, separazione, infertilità) che positivo (nascita o adozione di un figlio ecc.). per uscire dalla crisi è necessario mobilitare risorse interne ed esterne ed è importante in queste fasi contare su fonti di sostegno sociale.

In qualità di facilitatrice dei gruppi, mi propongo di offrire uno spazio in cui consentire ai membri del gruppo di condividere le loro esperienze e stati d’animo accogliendoli  in prima persona servendomi della mia empatia e delle mie competenze nel favorire la comunicazione e l’attività di sostegno del gruppo.

Dott.ssa Valentina Moretti