Bimbinfiera Roma 19-20 Maggio 2018

 

 

Bimbi in fiera

 

 

Anche quest’anno sarò presente insieme alla mia collega, la dott.ssa Chiara Borgia, presso l’area salute di Bimbinfiera, per rispondere ai dubbi e alle curiosità dei genitori relative alle diverse tappe evolutive della relazione con i propri figli: dal concepimento, attraverso il ricorso alle procedure di procreazione assistita o percorsi di adozione,all’accompagnamento alla nascita, al post partum, fino alla prima e seconda infanzia.
Quest’anno è possibile prenotare le consulenze anche on line al link sottostante.
Vi aspettiamo sabato 19 e domenica 20 maggio 2018 presso l’area espositiva Fiera di Roma.

 

 

http://www.bimbinfiera.it/parla-con-i-nostri-specialisti/

 

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Festival Psicologia 2018

 

festival

 

Lo studio di Psicoterapia della Dott.ssa V. Moretti ha aderito all’iniziativa promossa dall’Ordine degli Psicologi del Lazio dal titolo Festival Psicologia.

In cosa consiste?

I professionisti aderenti a questa iniziativa si impegnano ad erogare consulenze psicologiche gratuite e successivi, eventuali, percorsi terapeutici a costi agevolati.

Come?

Scaricando fino al 30 giugno 2018 il voucher dal profilo della dott.ssa Valentina Moretti https://festivalpsicologia.it/psicologi/valentinamoretti che potrà essere utilizzato per richiedere una consulenza entro dicembre 2018.

Contatti

Per richiedere un appuntamento e/o per avere ulteriori informazioni è possibile contattarmi dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 18:00 ai seguenti riferimenti:

Dott.ssa V. Moretti

Psicologa, Psicoterapeuta, Mediatore Familiare

Tel. 3381428250

Mail: studio.morettivale@gmail.com

Via R. Venuti,36 00162 Roma

 

 

 

 

L’autostima

La prima lezione di nuoto

Quel pomeriggio non volevo andare in piscina. L’acqua mi ha sempre fatto paura e anche al mare, prima di immergermi, dovevo indossare sia i braccioli, sia il salvagente. Ed entravo in acqua soltanto se accanto a me c’erano mamma e papà. Per questo, quando mamma mi ha proposto di iscrivermi al corso di nuoto ho provato a ribellarmi con tutte le mie forze. Avevo otto anni e mamma per tutta risposta mi disse: «Non puoi mica metterti braccioli e salvagente per tutta la vita davanti a ogni pozza d’acqua! Ti prenderanno tutti in giro». Fu questa frase a farmi accettare la sua proposta, sia pure controvoglia. In effetti, già al mare l’estate scorsa diversi bambini avevano scherzato: «Sembri una papera», «Sembri un astronauta»… Tutta quella plastica gonfia d’aria non passava certo inosservata nella mia compagnia di piccoli amici dove nessuno – ripeto, nessuno – aveva paura dell’acqua e tutti erano in grado di nuotare.
Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, visto che è proprio di acqua che stiamo parlando. Così, avevo acconsentito a iscrivermi al corso di nuoto, e poi non ci avevo pensato più. Fino al pomeriggio della prima lezione. Il pomeriggio in cui dalla teoria si sarebbe passati alla pratica. Tornando da scuola, avevo detto alla mamma che di sentire un forte mal di pancia, ma lei questa frottola non se l’è bevuta. Mi ha preparato il borsone con il cambio e poi, con la sua mano stretta intorno alla mia, mi ha portato in piscina. Io ero tesa. Come sarebbero stati gli altri bambini? Soprattutto, come sarebbe stata la mia insegnante? Sì, perché nella mia fantasia davo per scontato che sarebbe stata una donna.
E invece, già negli spogliatoi, mentre indossavo il costume, sentivo altre bambine, che avevano appena terminato la loro lezione, fare commenti critici sul maestro. «Era molto meglio quello dell’anno scorso», «Questo qui è cattivissimo»… Non so cosa mi prese sentendo quelle parole, ma arrivai a bordo vasca in quello che, con il senno di poi, chiamerei un vero e proprio stato di panico. Piangevo prima ancora di iniziare. E più io piangevo, più altri bambini del mio stesso corso cominciarono a fare lo stesso. Io ero la più grande e probabilmente toccava a me dare il buon esempio. Ma la paura mi stava travolgendo e non mi permetteva di tenere il “contegno” che probabilmente ci si sarebbe aspettati da me.
Il maestro, di fronte a quella banda di mocciosi in lacrime, si spazientì. Con fare burbero decise che ci avrebbe fatto fare un battesimo dell’acqua a modo suo: prese in braccio il più piccolo della compagnia e lo gettò in vasca. E lo stesso fece con altri due che, congelati dalla paura, non erano riusciti a tuffarsi quando lui lo aveva chiesto. Quando lo stesso destino stava per toccare a me, presi una decisione istantanea: fuggire. Una bambina di otto anni che piangeva ed urlava, e intanto scappava a piedi nudi il più lontano possibile dalla vasca di acqua blu in cui quell’insegnante dai modi un po’ rudi voleva immergermi a forza. Andai dove pensavo che ci sarebbe stata la mia salvezza, ovvero dalla mamma. Mentre strepitavo, la mia direzione di fuga era una sola: l’abbraccio che di sicuro mi avrebbe avvolta e protetta.
E invece, feci una delle peggiori scoperte della mia vita di bambina: mamma era in serio imbarazzo, con tutti gli altri genitori che mi guardavano come si guarda un marziano. Arrivata da lei, fu capace di dirmi soltanto: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?». Poi mi prese saldamente per mano e, con tutta la sua forza, mi spinse di nuovo verso l’insegnante di nuoto. «La scusi tanto. Non so proprio che cosa le sia successo oggi. Non l’ho mai vista così». Io ero senza forze. La mia mamma, lei che doveva proteggermi, mi stava riportando nella tana del lupo. E per giunta si scusava. Nonostante avesse visto che cosa faceva ai bambini, come li trattava. Fino a che punto non ne rispettava le emozioni.
Quel giorno fui buttata in acqua. E da quella volta non feci più scenate quando era il momento di andare in piscina. Ma tuttora, da adulta, ogni volta che vedo una vasca piena d’acqua mi prende una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Non so dire se sia paura o disgusto. Ho ripensato migliaia di volte a quel pomeriggio in piscina. E la cosa che mi ha fatto più male è la sensazione di vergogna che mi hanno fatto provare le parole di mia madre: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?». Lei certamente non sa che quel pomeriggio mi ha fatta stare così male. Non ho mai avuto in coraggio di dirglielo. Ma a tutti i genitori vorrei consigliare di non reagire mai in questo modo di fronte a un figlio disperato. Non trascurate il suo disagio perché vi sentite in forte imbarazzo o inadeguati di fronte alle altre mamme e papà. Non è giusto. No, non è proprio giusto.

tratto da “Il metodo famiglia felice. Come allenare i figli alla vita” di A. Pellai

Leggendo questa storia, nel libro di Alberto Pellai, mi sono rinvenuti alla memoria i volti delle persone che incontro e aiuto quotidianamente. Mi sembra di aver assistito ad uno dei possibili episodi della loro infanzia, che hanno causato la ferita di chi non si è sentita amata e di conseguenza non si ama, non ha sviluppato una sana autostima. E così è nata l’idea di scrivere un post su questo argomento.

Partiamo dal principio: cos’è l’autostima?
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E’ il valore che attribuiamo a noi stessi e si basa sul riconoscimento, accettazione, rispetto autentico per ciò che siamo: emozioni vissute, valori, principi, credenze, risultati personali e professionali raggiunti, competenze, abilità, talenti, aspetto fisico, ecc. quindi riconoscimento di possibilità ma anche di limiti, alcuni dei quali possono essere superati altri invece accettati senza per questo sentirci inferiori agli altri.

Quando rispettiamo ciò che siamo e ci muoviamo coerentemente l’autostima aumenta, al contrario diminuisce attivando il paragone con l’altro, paragone che sarà sempre impietoso perchè l’altro ne uscirà sempre vincente.

Come si costruisce l’autostima?

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Si costruisce a partire dall’infanzia all’interno delle relazioni per noi significative come la famiglia, gli amici, gli insegnanti. Le loro opinioni, i loro giudizi, in questa fase della vita, diventano uno specchio nel quale riflettersi perchè ancora non ci conosciamo, perchè stiamo costruendo la consapevolezza di noi stessi, perciò dipendiamo dal loro giudizio per sentirci bravi.

Spesso però accade che non è la nostra immagine ad essere riflessa bensì di chi emette quel giudizio.

Come si costruisce una scarsa autostima?
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La bambina della storia sopra riportata ha paura di nuotare, una paura che non viene rassicurata da un punto di vista emotivo perchè gli amici la deridono: «Sembri una papera», «Sembri un astronauta>>, la mamma la giudica: «Non puoi mica metterti braccioli e salvagente per tutta la vita davanti a ogni pozza d’acqua! Ti prenderanno tutti in giro», la paura non trovando rassicurazione cresce fino al punto che la bambina scoppia a piangere a bordo piscina: “arrivai a bordo vasca in quello che, con il senno di poi, chiamerei un vero e proprio stato di panico. Piangevo prima ancora di iniziare…. la paura mi stava travolgendo”. Arriva il maestro il quale, messo in difficoltà dai bambini che piangono, reagisce buttandoli in acqua aumentando il terrore della bambina che come unica soluzione trova la fuga nell’abbraccio rassicurante della mamma, la quale però provando vergogna davanti agli altri genitori, anzichè abbracciarla la rimprovera e la riporta dal maestro scusandosi. Noncuranti della paura della bambina gli adulti reagiscono alle proprie emozioni (l’ansia del maestro, la vergogna della mamma). Le loro reazioni non riflettono la bambina che dovrebbe essere aiutata a mettersi in contatto e gestire la sua paura. Scrive la bambina della storia: “la mia mamma, lei che doveva proteggermi, mi stava riportando nella tana del lupo. E per giunta si scusava. Nonostante avesse visto che cosa faceva ai bambini, come li trattava. Fino a che punto non ne rispettava le emozioni.

La bambina non si è sentita protetta ma punita… e aggiunge: “la cosa che mi ha fatto più male è la sensazione di vergogna che mi hanno fatto provare le parole di mia madre: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?»

Vergogna, paura, ansia, insicurezza, inadeguatezza, perdita dell fiducia in sè stessi, non sentirsi mai abbastanza, mai all’altezza, una “buona a nulla”, sconforto, rinuncia, rabbia, sono le emozioni che spesso provano le persone che hanno sviluppato una scarsa autostima.

A volte di fronte ai nostri figli che hanno fatto un errore non siamo capaci di dire “Hai sbagliato a fare questa cosa”, ma diciamo cose come : “Di te non ci si può mai fidare”, “Non ne fai mai una giusta”, “Di te non ne posso proprio più” che minano il loro “senso di sé”, facendoli sentire tutti sbagliati, senza aiutarli a capire cosa hanno sbagliato.

Conformarsi o evitare?

“Da quella volta non feci più scenate quando era il momento di andare in piscina… ma tuttora, da adulta, ogni volta che vedo una vasca piena d’acqua mi prende una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Non so dire se sia paura o disgusto”.

La bambina della storia sembra aver appreso a non riconoscere e rispondere adeguatamente alle proprie emozioni bensì ad ingoiare, evitare, i disagi assecondando il volere della madre.

La tendenza nelle relazioni e nelle situazioni future, infatti, quando la stima di sè è scarsa, è quella o di conformarsi alle aspettative degli altri, perchè partiamo dal giudicarci sbagliati, o irrigidirsi sulle proprie posizioni o manipolare i confronti, per evitare di sentirsi nuovamente squalificati.

In entrambi i casi il prezzo da pagare è continuare a non esistere, non conoscersi, non esprimersi, non affermarsi, non stare bene nè con sè stessi, nè nelle relazioni con gli altri, le quali saranno o portate avanti pur non standoci bene o interrotte o evitate per paura del rifiuto e dell’abbandono e di non riuscire a farcela da soli, o al contrario pensare di potersela cavare esclusivamente da soli aumentando il senso di vuoto e di solitudine.

Ma… esiste una terza via ovvero:
Avere il coraggio di essere sè stessi!

Ebbene sì, avere il coraggio di scoprirci imparando a fidarci di noi stessi, abbandonando vecchie percezioni che ci procurano malessere o, come diceva Virginia Satir:

“Posso liberarmi di ciò che è inappropriato,
tenere ciò che si è dimostrato appropriato, ed inventare
qualcosa di nuovo al posto di ciò che ho scartato.
Posso vedere, sentire, provare, pensare, dire e fare.
Ho gli strumenti per sopravvivere, per essere vicina agli altri,
per essere produttiva, e per dare un senso e un ordine
al mondo di persone e cose che c’è al di fuori di me.
Io sono mia,
e perciò posso architettare me stessa.
Io sono io e vado bene così”.
(V. Satir)

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La rabbia

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Riprendiamo il nostro viaggio tra le emozioni, oggi approdiamo sull’isola della rabbia… Tra le emozioni è quella che viene riconosciuta e riferita più spesso come se fosse più possibile riconoscerla in modo chiaro e inequivocabile come se fosse l’emozione più provata tra quelle finora discusse. In realtà come vedremo più avanti la rabbia è spesso una copertura dietro la quale si celano altre emozioni da cui ci difendiamo, da cui vogliamo prendere distanza e che ci procurano dolore, come la tristezza e la paura per esempio.

Ma procediamo per gradi.

Cosa è la rabbia?

La rabbia è l’emozione che proviamo quando incontriamo un ostacolo, per superare il quale, viene liberata l’energia necessaria a rimuoverlo. Quindi la proviamo quando ci sentiamo frustrati perchè non riusciamo a raggiungere un obiettivo importante, o perchè non riusciamo a proteggere noi stessi o gli altri come vorremmo; la proviamo quando ci sentiamo umiliati o insultati, quando siamo trattati in modo ingiusto o sgarbato. Oppure quando ci troviamo di fronte una minaccia fisica.

Cosa si prova?

Quando siamo arrabbiati, a livello fisico, percepiamo un’accelerazione del battito cardiaco, aumento della frequenza del respiro, si stringono i pugni si assume una espressione facciale tesa, questo perché il nostro organismo si prepara ad un combattimento o una fuga attraverso il rilascio di catecolamine che inducono l’ondata di energia che prepara l’organismo.

Nella nostra mente quando siamo arrabbiati si attiva un circolo vizioso. La rabbia ci fa valutare negativamente ciò che accade, tale valutazione ci porta a focalizzare l’attenzione su ulteriori aspetti per cui essere insoddisfatti, arrabbiati, che vanno a fomentare la rabbia la quale a sua volta indurrà ulteriori giudizi negativi che fomenteranno ulteriormente la rabbia, che così si autoalimenta.

Cosa serve?

Un tempo serviva ai nostri antenati per difendersi in caso di aggressione, ecco perchè collera e violenza sono spesso associate. E’ rimasta quindi nel nostro patrimonio genetico, con valore di garantire la sopravvivenza, per indicarci che il nostro equilibrio è alterato e uno o più dei nostri bisogni non è più soddisfatto spingendoci, quindi, ad agire. Per esempio può aiutarci a superare la tristezza rimuovendo l’ostacolo che ci impedisce di essere felici, evitando di farci indugiare a lungo in essa.

Quando diventa un problema?

Quando diventa distruttiva, dando luogo a episodi di aggressività ripetuta verso gli altri o a comportamenti di auto aggressione fisica o psicologica.

La collera spesso è antica perchè nasce dal senso di vuoto e di assenza generato da relazioni genitoriali imperfette in cui siamo stati, o abbiamo percepito di essere stati, deprivati dell’amore necessario a nutrire noi stessi. Questo comporta che le relazioni successive vengano scelte nel tentativo di riparare questa ferita ma proprio per questo sono relazioni destinate a deludere inevitabilmente, riportando a quello stato di solitudine e di vuoto iniziale. 

Quando viene frustrato un nostro bisogno affettivo primario agiamo tale frustrazione o verso l’altro, inconsapevole del nostro antico dolore, o verso se stessi poichè si ritiene di aver meritato di non essere accolti dall’altro.

A volte anzichè esprimere, agire verso l’esterno la rabbia, questa viene repressa trasformandosi in depressione, alcolismo, tossicodipendenza, disturbi alimentari, scelta di partner violenti o abusanti, disturbi somatici.

Al contrario, la rabbia va accolta non annullata, facendola fluire in canali positivi, in modo da trasformarla in energia positiva quella appunto che ci aiuta a superare gli ostacoli che ci procurano frustrazione riportandoci ad uno stato di benessere.

Quando diviene difficile raggiungere da soli questo obiettivo, quando si permane nella rabbia, quando diviene ingestibile, quando si attivano circoli viziosi che riportano nel vuoto anzichè aiutare ad uscirne, allora è il caso di chiedere aiuto ad un professionista.

 

Dott.ssa V. Moretti

 

 

Per la redazione dell’articolo mi sono avvalsa della lettura “Gestire la rabbia” di Monica Morganti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La paura

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Continua il nostro viaggio alla scoperta delle emozioni. Oggi conosceremo la paura.

Cos’è la paura?

E’ l’emozione che proviamo quando ci troviamo in pericolo. 

Cosa si prova?

La paura si esprime attraverso l’attivazione di un meccanismo automatico (poco è il tempo per riflettere) detto di attacco-fuga, così definito perchè prepara il corpo e la mente ad una reazione di attacco o di fuga. Quando percepiamo un pericolo l’organismo rilascia cortisolo e adrenalina che mettono il nostro corpo in uno stato di allerta preparandolo all’azione, perciò il cuore batte più forte pompando più sangue, i muscoli si tendono per prepararsi all’impegno fisico, aumenta il respiro per fornire più ossigeno al corpo, le pupille si dilatano per aumentare l’acutezza visiva, l’attenzione si focalizza sul pericolo per eliminare tutti gli stimoli irrilevanti rispetto alla priorità di rilevare la fonte del pericolo.

Quando si attiva la paura, nella nostra mente si attivano le preoccupazioni rispetto alle conseguenze ed al pericolo che stiamo correndo quindi proviamo ansia.

In cosa si differenzia la paura dall’ansia?

Nella vita quotidiana gli stati di paura e di ansia non sono completamente indipendenti in quanto è probabilmente impossibile provare paura senza iniziare a preoccuparsi e quindi sentirsi in ansia.

La differenza sostanziale sta nel fatto che uno stato di paura si verifica quando una minaccia è presente o imminente mentre uno stato di ansia quando una minaccia è possibile ma la sua concretizzazione incerta.

Nella paura l’anticipazione riguarda se e quando una minaccia attuale causerà danni, mentre nell’ansia l’anticipazione riguarda l’incertezza sulle conseguenze di una minaccia che non è presente e che può non verificarsi.

A cosa servono  la paura e l’ansia?

La paura serve ad avvertirci di un pericolo e a prepararci alla difesa, l’ansia serve ad attivare le preoccupazioni la cui funzione positiva è quella di escogitare soluzioni nelle situazioni pericolose della vita, anticipandole prima che si presentino. Quindi è necessaria per farci uscire da una situazione di pericolo.

Entrambe sono quindi necessarie per la nostra vita.

Può capitare, però, che la paura, l’ansia ostacolino le relazioni per esempio per paura di soffrire fuggendole, o al contrario aggrappandovisi per paura di non essere amati, di restare soli, altre volte ostacola la nostra carriera scolastica, universitaria o professionale, non permettendoci di raggiungere i nostri traguardi. Ci impediscono di assecondare i nostri desideri, prendere decisioni ecc.

Quando, allora, diventano un problema?

Disturbi di paura e ansia

L’ansia e la paura fanno parte della nostra vita, c’è sempre qualcosa di cui preoccuparsi, agitarsi avere timore. Tutti siamo ansiosi anche se non nella stessa misura e, aggiungerei, guai a non esserlo!

L’ansia e la paura diventano un problema quando sono ingestibili, quando si cade nella spirale delle preoccupazioni le quali si riciclano all’infinito senza lasciare intravedere soluzioni positive. Sembra che esse sbuchino dal nulla, sono incontrollabili, inaccessibili alla ragione, generano un costante ribollire dell’ansia e costringono l’individuo a considerare il problema da un’unica rigida prospettiva e quando questo circolo persiste allora si diventa vittime di veri e propri “sequestri emozionali” chiamati disturbi d’ansia. In ognuno di questi disturbi le preoccupazioni sono diverse: nelle fobie le ansie si concentrano su una situazione oggettiva di paura; nelle ossessioni la preoccupazione è evitare una calamità temuta, nel caso siano accompagnate da compulsioni queste hanno lo scopo appunto di scongiurarla; negli attacchi di panico la preoccupazione è quella di morire e/o che gli attacchi si ripresentino cogliendo la persona all’improvviso.

La caratteristica comune a tutte queste forme è che la preoccupazione sfugge al controllo si passa da un pensiero catastrofico ad un altro fino a quando ci si prefigura una tragedia, in seguito a questo pensiero estremo l’ansia scema e si ritorna ad uno stato di calma ma stremati dalla scarica di adrenalina che ha determinato tutti i sintomi somatici comuni alla paura: tachicardia, sudorazione ecc. già prima menzionati. 

Tutti riconoscono che le loro paure sono eccessive ma non riescono a liberarsene.

Il problema dunque non è provare paura, ansia, panico ma come si risponde a questi stati. Quando non si riesce più a gestirli andando a interferire in maniera importante nelle attività e nelle relazioni della vita quotidiana.  allora si ha un problema per il quale è necessario chiedere aiuto.

 

Dott.ssa V. Moretti

Per la redazione dell’articolo ho usufruito oltre che dell’esperienza clinica anche dei testi di: Golemann D., L’intelligenza emotiva, e del recentissimo testo di J. LeDoux, Ansia

 

 

 

 

 

A cosa serve