L’autostima

La prima lezione di nuoto

Quel pomeriggio non volevo andare in piscina. L’acqua mi ha sempre fatto paura e anche al mare, prima di immergermi, dovevo indossare sia i braccioli, sia il salvagente. Ed entravo in acqua soltanto se accanto a me c’erano mamma e papà. Per questo, quando mamma mi ha proposto di iscrivermi al corso di nuoto ho provato a ribellarmi con tutte le mie forze. Avevo otto anni e mamma per tutta risposta mi disse: «Non puoi mica metterti braccioli e salvagente per tutta la vita davanti a ogni pozza d’acqua! Ti prenderanno tutti in giro». Fu questa frase a farmi accettare la sua proposta, sia pure controvoglia. In effetti, già al mare l’estate scorsa diversi bambini avevano scherzato: «Sembri una papera», «Sembri un astronauta»… Tutta quella plastica gonfia d’aria non passava certo inosservata nella mia compagnia di piccoli amici dove nessuno – ripeto, nessuno – aveva paura dell’acqua e tutti erano in grado di nuotare.
Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, visto che è proprio di acqua che stiamo parlando. Così, avevo acconsentito a iscrivermi al corso di nuoto, e poi non ci avevo pensato più. Fino al pomeriggio della prima lezione. Il pomeriggio in cui dalla teoria si sarebbe passati alla pratica. Tornando da scuola, avevo detto alla mamma che di sentire un forte mal di pancia, ma lei questa frottola non se l’è bevuta. Mi ha preparato il borsone con il cambio e poi, con la sua mano stretta intorno alla mia, mi ha portato in piscina. Io ero tesa. Come sarebbero stati gli altri bambini? Soprattutto, come sarebbe stata la mia insegnante? Sì, perché nella mia fantasia davo per scontato che sarebbe stata una donna.
E invece, già negli spogliatoi, mentre indossavo il costume, sentivo altre bambine, che avevano appena terminato la loro lezione, fare commenti critici sul maestro. «Era molto meglio quello dell’anno scorso», «Questo qui è cattivissimo»… Non so cosa mi prese sentendo quelle parole, ma arrivai a bordo vasca in quello che, con il senno di poi, chiamerei un vero e proprio stato di panico. Piangevo prima ancora di iniziare. E più io piangevo, più altri bambini del mio stesso corso cominciarono a fare lo stesso. Io ero la più grande e probabilmente toccava a me dare il buon esempio. Ma la paura mi stava travolgendo e non mi permetteva di tenere il “contegno” che probabilmente ci si sarebbe aspettati da me.
Il maestro, di fronte a quella banda di mocciosi in lacrime, si spazientì. Con fare burbero decise che ci avrebbe fatto fare un battesimo dell’acqua a modo suo: prese in braccio il più piccolo della compagnia e lo gettò in vasca. E lo stesso fece con altri due che, congelati dalla paura, non erano riusciti a tuffarsi quando lui lo aveva chiesto. Quando lo stesso destino stava per toccare a me, presi una decisione istantanea: fuggire. Una bambina di otto anni che piangeva ed urlava, e intanto scappava a piedi nudi il più lontano possibile dalla vasca di acqua blu in cui quell’insegnante dai modi un po’ rudi voleva immergermi a forza. Andai dove pensavo che ci sarebbe stata la mia salvezza, ovvero dalla mamma. Mentre strepitavo, la mia direzione di fuga era una sola: l’abbraccio che di sicuro mi avrebbe avvolta e protetta.
E invece, feci una delle peggiori scoperte della mia vita di bambina: mamma era in serio imbarazzo, con tutti gli altri genitori che mi guardavano come si guarda un marziano. Arrivata da lei, fu capace di dirmi soltanto: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?». Poi mi prese saldamente per mano e, con tutta la sua forza, mi spinse di nuovo verso l’insegnante di nuoto. «La scusi tanto. Non so proprio che cosa le sia successo oggi. Non l’ho mai vista così». Io ero senza forze. La mia mamma, lei che doveva proteggermi, mi stava riportando nella tana del lupo. E per giunta si scusava. Nonostante avesse visto che cosa faceva ai bambini, come li trattava. Fino a che punto non ne rispettava le emozioni.
Quel giorno fui buttata in acqua. E da quella volta non feci più scenate quando era il momento di andare in piscina. Ma tuttora, da adulta, ogni volta che vedo una vasca piena d’acqua mi prende una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Non so dire se sia paura o disgusto. Ho ripensato migliaia di volte a quel pomeriggio in piscina. E la cosa che mi ha fatto più male è la sensazione di vergogna che mi hanno fatto provare le parole di mia madre: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?». Lei certamente non sa che quel pomeriggio mi ha fatta stare così male. Non ho mai avuto in coraggio di dirglielo. Ma a tutti i genitori vorrei consigliare di non reagire mai in questo modo di fronte a un figlio disperato. Non trascurate il suo disagio perché vi sentite in forte imbarazzo o inadeguati di fronte alle altre mamme e papà. Non è giusto. No, non è proprio giusto.

tratto da “Il metodo famiglia felice. Come allenare i figli alla vita” di A. Pellai

Leggendo questa storia, nel libro di Alberto Pellai, mi sono rinvenuti alla memoria i volti delle persone che incontro e aiuto quotidianamente. Mi sembra di aver assistito ad uno dei possibili episodi della loro infanzia, che hanno causato la ferita di chi non si è sentita amata e di conseguenza non si ama, non ha sviluppato una sana autostima. E così è nata l’idea di scrivere un post su questo argomento.

Partiamo dal principio: cos’è l’autostima?
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E’ il valore che attribuiamo a noi stessi e si basa sul riconoscimento, accettazione, rispetto autentico per ciò che siamo: emozioni vissute, valori, principi, credenze, risultati personali e professionali raggiunti, competenze, abilità, talenti, aspetto fisico, ecc. quindi riconoscimento di possibilità ma anche di limiti, alcuni dei quali possono essere superati altri invece accettati senza per questo sentirci inferiori agli altri.

Quando rispettiamo ciò che siamo e ci muoviamo coerentemente l’autostima aumenta, al contrario diminuisce attivando il paragone con l’altro, paragone che sarà sempre impietoso perchè l’altro ne uscirà sempre vincente.

Come si costruisce l’autostima?

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Si costruisce a partire dall’infanzia all’interno delle relazioni per noi significative come la famiglia, gli amici, gli insegnanti. Le loro opinioni, i loro giudizi, in questa fase della vita, diventano uno specchio nel quale riflettersi perchè ancora non ci conosciamo, perchè stiamo costruendo la consapevolezza di noi stessi, perciò dipendiamo dal loro giudizio per sentirci bravi.

Spesso però accade che non è la nostra immagine ad essere riflessa bensì di chi emette quel giudizio.

Come si costruisce una scarsa autostima?
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La bambina della storia sopra riportata ha paura di nuotare, una paura che non viene rassicurata da un punto di vista emotivo perchè gli amici la deridono: «Sembri una papera», «Sembri un astronauta>>, la mamma la giudica: «Non puoi mica metterti braccioli e salvagente per tutta la vita davanti a ogni pozza d’acqua! Ti prenderanno tutti in giro», la paura non trovando rassicurazione cresce fino al punto che la bambina scoppia a piangere a bordo piscina: “arrivai a bordo vasca in quello che, con il senno di poi, chiamerei un vero e proprio stato di panico. Piangevo prima ancora di iniziare…. la paura mi stava travolgendo”. Arriva il maestro il quale, messo in difficoltà dai bambini che piangono, reagisce buttandoli in acqua aumentando il terrore della bambina che come unica soluzione trova la fuga nell’abbraccio rassicurante della mamma, la quale però provando vergogna davanti agli altri genitori, anzichè abbracciarla la rimprovera e la riporta dal maestro scusandosi. Noncuranti della paura della bambina gli adulti reagiscono alle proprie emozioni (l’ansia del maestro, la vergogna della mamma). Le loro reazioni non riflettono la bambina che dovrebbe essere aiutata a mettersi in contatto e gestire la sua paura. Scrive la bambina della storia: “la mia mamma, lei che doveva proteggermi, mi stava riportando nella tana del lupo. E per giunta si scusava. Nonostante avesse visto che cosa faceva ai bambini, come li trattava. Fino a che punto non ne rispettava le emozioni.

La bambina non si è sentita protetta ma punita… e aggiunge: “la cosa che mi ha fatto più male è la sensazione di vergogna che mi hanno fatto provare le parole di mia madre: «Ma ti rendi conto di che figura mi stai facendo fare?»

Vergogna, paura, ansia, insicurezza, inadeguatezza, perdita dell fiducia in sè stessi, non sentirsi mai abbastanza, mai all’altezza, una “buona a nulla”, sconforto, rinuncia, rabbia, sono le emozioni che spesso provano le persone che hanno sviluppato una scarsa autostima.

A volte di fronte ai nostri figli che hanno fatto un errore non siamo capaci di dire “Hai sbagliato a fare questa cosa”, ma diciamo cose come : “Di te non ci si può mai fidare”, “Non ne fai mai una giusta”, “Di te non ne posso proprio più” che minano il loro “senso di sé”, facendoli sentire tutti sbagliati, senza aiutarli a capire cosa hanno sbagliato.

Conformarsi o evitare?

“Da quella volta non feci più scenate quando era il momento di andare in piscina… ma tuttora, da adulta, ogni volta che vedo una vasca piena d’acqua mi prende una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Non so dire se sia paura o disgusto”.

La bambina della storia sembra aver appreso a non riconoscere e rispondere adeguatamente alle proprie emozioni bensì ad ingoiare, evitare, i disagi assecondando il volere della madre.

La tendenza nelle relazioni e nelle situazioni future, infatti, quando la stima di sè è scarsa, è quella o di conformarsi alle aspettative degli altri, perchè partiamo dal giudicarci sbagliati, o irrigidirsi sulle proprie posizioni o manipolare i confronti, per evitare di sentirsi nuovamente squalificati.

In entrambi i casi il prezzo da pagare è continuare a non esistere, non conoscersi, non esprimersi, non affermarsi, non stare bene nè con sè stessi, nè nelle relazioni con gli altri, le quali saranno o portate avanti pur non standoci bene o interrotte o evitate per paura del rifiuto e dell’abbandono e di non riuscire a farcela da soli, o al contrario pensare di potersela cavare esclusivamente da soli aumentando il senso di vuoto e di solitudine.

Ma… esiste una terza via ovvero:
Avere il coraggio di essere sè stessi!

Ebbene sì, avere il coraggio di scoprirci imparando a fidarci di noi stessi, abbandonando vecchie percezioni che ci procurano malessere o, come diceva Virginia Satir:

“Posso liberarmi di ciò che è inappropriato,
tenere ciò che si è dimostrato appropriato, ed inventare
qualcosa di nuovo al posto di ciò che ho scartato.
Posso vedere, sentire, provare, pensare, dire e fare.
Ho gli strumenti per sopravvivere, per essere vicina agli altri,
per essere produttiva, e per dare un senso e un ordine
al mondo di persone e cose che c’è al di fuori di me.
Io sono mia,
e perciò posso architettare me stessa.
Io sono io e vado bene così”.
(V. Satir)

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