La rabbia

rabbia

Riprendiamo il nostro viaggio tra le emozioni, oggi approdiamo sull’isola della rabbia… Tra le emozioni è quella che viene riconosciuta e riferita più spesso come se fosse più possibile riconoscerla in modo chiaro e inequivocabile come se fosse l’emozione più provata tra quelle finora discusse. In realtà come vedremo più avanti la rabbia è spesso una copertura dietro la quale si celano altre emozioni da cui ci difendiamo, da cui vogliamo prendere distanza e che ci procurano dolore, come la tristezza e la paura per esempio.

Ma procediamo per gradi.

Cosa è la rabbia?

La rabbia è l’emozione che proviamo quando incontriamo un ostacolo, per superare il quale, viene liberata l’energia necessaria a rimuoverlo. Quindi la proviamo quando ci sentiamo frustrati perchè non riusciamo a raggiungere un obiettivo importante, o perchè non riusciamo a proteggere noi stessi o gli altri come vorremmo; la proviamo quando ci sentiamo umiliati o insultati, quando siamo trattati in modo ingiusto o sgarbato. Oppure quando ci troviamo di fronte una minaccia fisica.

Cosa si prova?

Quando siamo arrabbiati, a livello fisico, percepiamo un’accelerazione del battito cardiaco, aumento della frequenza del respiro, si stringono i pugni si assume una espressione facciale tesa, questo perché il nostro organismo si prepara ad un combattimento o una fuga attraverso il rilascio di catecolamine che inducono l’ondata di energia che prepara l’organismo.

Nella nostra mente quando siamo arrabbiati si attiva un circolo vizioso. La rabbia ci fa valutare negativamente ciò che accade, tale valutazione ci porta a focalizzare l’attenzione su ulteriori aspetti per cui essere insoddisfatti, arrabbiati, che vanno a fomentare la rabbia la quale a sua volta indurrà ulteriori giudizi negativi che fomenteranno ulteriormente la rabbia, che così si autoalimenta.

Cosa serve?

Un tempo serviva ai nostri antenati per difendersi in caso di aggressione, ecco perchè collera e violenza sono spesso associate. E’ rimasta quindi nel nostro patrimonio genetico, con valore di garantire la sopravvivenza, per indicarci che il nostro equilibrio è alterato e uno o più dei nostri bisogni non è più soddisfatto spingendoci, quindi, ad agire. Per esempio può aiutarci a superare la tristezza rimuovendo l’ostacolo che ci impedisce di essere felici, evitando di farci indugiare a lungo in essa.

Quando diventa un problema?

Quando diventa distruttiva, dando luogo a episodi di aggressività ripetuta verso gli altri o a comportamenti di auto aggressione fisica o psicologica.

La collera spesso è antica perchè nasce dal senso di vuoto e di assenza generato da relazioni genitoriali imperfette in cui siamo stati, o abbiamo percepito di essere stati, deprivati dell’amore necessario a nutrire noi stessi. Questo comporta che le relazioni successive vengano scelte nel tentativo di riparare questa ferita ma proprio per questo sono relazioni destinate a deludere inevitabilmente, riportando a quello stato di solitudine e di vuoto iniziale. 

Quando viene frustrato un nostro bisogno affettivo primario agiamo tale frustrazione o verso l’altro, inconsapevole del nostro antico dolore, o verso se stessi poichè si ritiene di aver meritato di non essere accolti dall’altro.

A volte anzichè esprimere, agire verso l’esterno la rabbia, questa viene repressa trasformandosi in depressione, alcolismo, tossicodipendenza, disturbi alimentari, scelta di partner violenti o abusanti, disturbi somatici.

Al contrario, la rabbia va accolta non annullata, facendola fluire in canali positivi, in modo da trasformarla in energia positiva quella appunto che ci aiuta a superare gli ostacoli che ci procurano frustrazione riportandoci ad uno stato di benessere.

Quando diviene difficile raggiungere da soli questo obiettivo, quando si permane nella rabbia, quando diviene ingestibile, quando si attivano circoli viziosi che riportano nel vuoto anzichè aiutare ad uscirne, allora è il caso di chiedere aiuto ad un professionista.

 

Dott.ssa V. Moretti

 

 

Per la redazione dell’articolo mi sono avvalsa della lettura “Gestire la rabbia” di Monica Morganti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La paura

pura

Continua il nostro viaggio alla scoperta delle emozioni. Oggi conosceremo la paura.

Cos’è la paura?

E’ l’emozione che proviamo quando ci troviamo in pericolo. 

Cosa si prova?

La paura si esprime attraverso l’attivazione di un meccanismo automatico (poco è il tempo per riflettere) detto di attacco-fuga, così definito perchè prepara il corpo e la mente ad una reazione di attacco o di fuga. Quando percepiamo un pericolo l’organismo rilascia cortisolo e adrenalina che mettono il nostro corpo in uno stato di allerta preparandolo all’azione, perciò il cuore batte più forte pompando più sangue, i muscoli si tendono per prepararsi all’impegno fisico, aumenta il respiro per fornire più ossigeno al corpo, le pupille si dilatano per aumentare l’acutezza visiva, l’attenzione si focalizza sul pericolo per eliminare tutti gli stimoli irrilevanti rispetto alla priorità di rilevare la fonte del pericolo.

Quando si attiva la paura, nella nostra mente si attivano le preoccupazioni rispetto alle conseguenze ed al pericolo che stiamo correndo quindi proviamo ansia.

In cosa si differenzia la paura dall’ansia?

Nella vita quotidiana gli stati di paura e di ansia non sono completamente indipendenti in quanto è probabilmente impossibile provare paura senza iniziare a preoccuparsi e quindi sentirsi in ansia.

La differenza sostanziale sta nel fatto che uno stato di paura si verifica quando una minaccia è presente o imminente mentre uno stato di ansia quando una minaccia è possibile ma la sua concretizzazione incerta.

Nella paura l’anticipazione riguarda se e quando una minaccia attuale causerà danni, mentre nell’ansia l’anticipazione riguarda l’incertezza sulle conseguenze di una minaccia che non è presente e che può non verificarsi.

A cosa servono  la paura e l’ansia?

La paura serve ad avvertirci di un pericolo e a prepararci alla difesa, l’ansia serve ad attivare le preoccupazioni la cui funzione positiva è quella di escogitare soluzioni nelle situazioni pericolose della vita, anticipandole prima che si presentino. Quindi è necessaria per farci uscire da una situazione di pericolo.

Entrambe sono quindi necessarie per la nostra vita.

Può capitare, però, che la paura, l’ansia ostacolino le relazioni per esempio per paura di soffrire fuggendole, o al contrario aggrappandovisi per paura di non essere amati, di restare soli, altre volte ostacola la nostra carriera scolastica, universitaria o professionale, non permettendoci di raggiungere i nostri traguardi. Ci impediscono di assecondare i nostri desideri, prendere decisioni ecc.

Quando, allora, diventano un problema?

Disturbi di paura e ansia

L’ansia e la paura fanno parte della nostra vita, c’è sempre qualcosa di cui preoccuparsi, agitarsi avere timore. Tutti siamo ansiosi anche se non nella stessa misura e, aggiungerei, guai a non esserlo!

L’ansia e la paura diventano un problema quando sono ingestibili, quando si cade nella spirale delle preoccupazioni le quali si riciclano all’infinito senza lasciare intravedere soluzioni positive. Sembra che esse sbuchino dal nulla, sono incontrollabili, inaccessibili alla ragione, generano un costante ribollire dell’ansia e costringono l’individuo a considerare il problema da un’unica rigida prospettiva e quando questo circolo persiste allora si diventa vittime di veri e propri “sequestri emozionali” chiamati disturbi d’ansia. In ognuno di questi disturbi le preoccupazioni sono diverse: nelle fobie le ansie si concentrano su una situazione oggettiva di paura; nelle ossessioni la preoccupazione è evitare una calamità temuta, nel caso siano accompagnate da compulsioni queste hanno lo scopo appunto di scongiurarla; negli attacchi di panico la preoccupazione è quella di morire e/o che gli attacchi si ripresentino cogliendo la persona all’improvviso.

La caratteristica comune a tutte queste forme è che la preoccupazione sfugge al controllo si passa da un pensiero catastrofico ad un altro fino a quando ci si prefigura una tragedia, in seguito a questo pensiero estremo l’ansia scema e si ritorna ad uno stato di calma ma stremati dalla scarica di adrenalina che ha determinato tutti i sintomi somatici comuni alla paura: tachicardia, sudorazione ecc. già prima menzionati. 

Tutti riconoscono che le loro paure sono eccessive ma non riescono a liberarsene.

Il problema dunque non è provare paura, ansia, panico ma come si risponde a questi stati. Quando non si riesce più a gestirli andando a interferire in maniera importante nelle attività e nelle relazioni della vita quotidiana.  allora si ha un problema per il quale è necessario chiedere aiuto.

 

Dott.ssa V. Moretti

Per la redazione dell’articolo ho usufruito oltre che dell’esperienza clinica anche dei testi di: Golemann D., L’intelligenza emotiva, e del recentissimo testo di J. LeDoux, Ansia

 

 

 

 

 

A cosa serve

La tristezza

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Cosa è la tristezza?

È l’emozione che proviamo quando affrontiamo eventi che ci addolorano come le perdite, le delusioni, riducendo la stima di sé, la percezione di essere amabili ed amati, la fiducia in sé stessi, nelle proprie capacità. 

I lutti, le separazioni, i trasferimenti, le delusioni d’amore, le sconfitte professionali, i tradimenti, sono tutti eventi che ci procurano tristezza lasciandoci un vuoto. Ci sentiamo tristi quando qualcuno ha ciò che noi desidereremmo.

Cosa proviamo quando siamo tristi?

L’energia si riduce, l ‘entusiasmo si spegne e di conseguenza perdiamo interesse per tutte le attività, in particolare quelle piacevoli. Quando siamo tristi, infatti, perdiamo le forze, l’appetito, il desiderio e lo slancio. Ci sentiamo soli, abbandonati e incompresi, non ci sentiamo riconosciuti, valorizzati, diminuisce la stima e la fiducia in sè stessi ci pensiamo poco amabili e poco capaci.

A cosa serve la tristezza?

Poichè procura malessere si tende a scacciare la tristezza  pensando sia inutile. In realtà come tutte le emozioni, nate per assicurare la nostra sopravvivenza, anche la tristezza svolge una funzione adattiva. Ci fa adeguare ad una perdita significativa. La chiusura in sé stessi che accompagna la tristezza ci dà l’opportunità di elaborare il lutto per una perdita o una speranza frustrata, di comprendere le conseguenze di tali eventi nella nostra vita e, quando le energie ritornano, di essere pronti per nuovi progetti. È probabile che un tempo questa caduta di energia servisse a tenere i primi esseri umani vicino ai loro rifugi e, quindi, al sicuro quando erano tristi e perciò vulnerabili.

Serve a darci un tempo per soffrire, per vivere il dolore che una data esperienza di perdita ci ha procurato rispetto alla quale la nostra reazione non potrebbe essere diversa. 

Avete presente quando si accende una spia mentre state guidando? Ecco così funziona la tristezza indica che c’è qualcosa che non va. Sta a noi decidere se fermarci e capire quale problema ci sta segnalando quella spia e, una volta capito di cosa si tratta, sapere come intervenire per risolvere il problema e ripartire, oppure, continuare a guidare con il rischio che l’auto si blocchi mentre si sta camminando mettendo a repentaglio sè stessi e gli altri guidatori, oppure che il problema ignorato diventi importante rifacendo la sua comparsa quando meno ve lo aspettate e ripararlo sarà più difficile.

In genere, accogliamo la tristezza con un atteggiamento sbagliato. La viviamo con fastidio e speriamo che se ne vada in fretta. Ma qualsiasi emozione arriva per un motivo. Accettarla significa, in realtà, permetterle di svolgere più in fretta la sua funzione.

Cosa succede se non la viviamo?

Se soffocate nel silenzio, allontanate e non vissute, queste esperienze di perdita, si manifesteranno con un umore depresso più o meno intenso, con un corredo di sintomi psicosomatici più o meno importante (insonnia o eccesso di sonno, inappetenza o eccessivo appetito, apatia o ansia) che fanno la loro comparsa quando le difese inconsce cominciano ad occultare,  a chi soffre, le ragioni del suo stare male.

Quando diventa depressione clinica?

Quando la persona tende a sminuire, rimuovere o negare gli eventi che hanno determinato il suo malessere non riuscendo a ricollegarlo appunto alle esperienze che l’hanno scatenato, allora compariranno altri sintomi psicosomatici  ed altre emozioni come la rabbia o il senso di colpa allora parliamo di depressione clinica. Quando il nostro umore depresso perdura a lungo impedendoci di svolgere la nostra vita quotidiana interferendo con il lavoro, le relazioni, lo svolgimento delle attività quotidiane, dei propri interessi ecc. allora è il momento di richiedere un aiuto ad  uno psicologo.

Cosa fare?

Tutte le emozioni chiedono di essere vissute, perchè protettive, perchè garantiscono la nostra sopravvivenza indicandoci se stiamo bene o stiamo male. In quest’ultimo caso ci chiedono anche di operare un cambiamento per tornare ad uno stato di benessere. Piuttosto che soffocare o lasciarci sopraffare dalle emozioni  è importante imparare a gestirle, e riconoscere quando si ha bisogno di aiuto di uno spazio o un tempo per farlo.

Dott.ssa V. Moretti

Per la redazione dell’articolo mi sono avvalsa della lettura dei testi di Golemann D. L’ Intelligenza emotiva, e di Cancrini L. Date parole al dolore.

 

“Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi”.

 “Fai bei sogni” di M. Gramellini

Festival Psicologia

Anche quest’anno ho aderito al “Festival Psicologia” iniziativa promossa dall’Ordine degli Psicologi del Lazio. E’ pertanto possibile richiedermi una consulenza gratuita, scaricando entro il 31 maggio il voucher dal seguente link http://festivalpsicologia.it/psicologi/valentinamoretti . Sul voucher troverete i miei riferimenti di contatto per concordare un appuntamento.